L’incarnazione di una preghiera

Quando avevo davanti alla macchina fotografica uomini di tale levatura, tutta la mia anima si sforzava di fare il suo dovere nei loro confronti, registrando fedelmente nello stesso tempo la grandezza del loro io interiore ele caratteristiche esteriori. La fotografia fatta con questo spirito era quasi l’incarnazione di una preghiera.

Julia Margaret Cameron, 1866.

Mio padre conserva le sue macchine fotografiche – una compattina e una reflex analogiche – in un mobile di legno, di quelli antichi, decorato a intarsio con la serratura e la chiave di ottone.

J. M. Cameron, Annie, il mio primo sucesso, 29 gennaio 1864.

Quand’ero piccola, mi era proibito giocarci: quel mobile era sempre chiuso a chiave e se avessi voluto anche solo vedere i suoi apparati fotografici, sarebbe stata obbligatoria la sua attenta supervisione.

Quando sono cresciuta, durante il mio percorso di studi, inserii degli esami di fotografia nel mio corso di laurea: l’unico pensiero che mi passava per la testa era che io non sarei mai stata brava come quei grandi fotografi di cui leggevo i nomi – e, nel mio piccolo, non sarei mai stata brava quanto è bravo mio papà.

Oggi ho deciso di addentrarmi più a fondo nella macchina fotografica, superando quelle paure di fallimento, supportata dalla fiducia incondizionata e dall’energia inesauribile che il mio compagno emana da ogni singola cellula del suo corpo.

Mi sono iscritta a tanti corsi di fotografia – una fotografia digitale ben diversa da quella che ricordavo chiusa nel mobile in legno intarsiato, studiandone dapprima le parti meccaniche e il loro funzionamento, per poi addentrarmi nella composizione e nella narrativa delle immagini, e nel fotoritocco.

Ho ancora molti studi e molta pratica da fare, ma nel frattempo mi piace pensare di poter fare un giorno, forse lontanissimo, una foto che tolga il fiato come quelle dei grandi fotografi.